Luciano Gallino e Paolo Ceri (a cura di)

La società italiana. Cinquant'anni di mutamenti visti dai "Quaderni di sociologia"

Presentazione

Il primo numero dei "Quaderni di Sociologia" venne pubblicato a Torino nell'estate del 1951, a cura di Nicola Abbagnano e Franco Ferrarotti, come si leggeva nella controcopertina. Formato poco più grande d'una cartolina, appena 56 pagine, veste grafica dimessa. Il personale della casa editrice Taylor, era formato da due persone: Marian Taylor, consorte americana di Abbagnano, e una segretaria impareggiabile per competenza e devozione, Rosanna Marvulli.
La singolarità stava nel fatto che un filosofo di grande fama, cattedratico dell'Università di Torino, che aveva appena finito di pubblicare la prima edizione della sua ponderosa Storia della Filosofia, e un suo giovane neo-laureato, provvisti di risorse minime, si erano alleati per compiere un'impresa editoriale innovativa quanto ardita: pubblicare una rivista scientifica intitolata a una disciplina che nemmeno la maggior parte degli accademici sapeva bene qual cosa fosse, e che aveva allora nel continente rare consorelle. In effetti le riviste di sociologia erano a quel tempo, in Europa, non più di cinque o sei: trent'anni dopo si sarebbero contate a centinaia, con decine di specializzazioni. Le più note, e di maggior peso culturale, erano la francese "Cahiers Internationaux de Sociologie", avviata nel 1946, e la tedesca "Koelner Zeitschrift fuer Soziologie und Sozialpsychologie", rinata nel 1949 dalle ceneri postnaziste. Quanto agli insegnamenti universitari, in Italia esisteva una sola cattedra di sociologia, a Firenze, titolare Camillo Pellizzi, derivante dalla trasformazione nell'immediato dopoguerra d'una precedente cattedra di tutt'altro contenuto.
Nessun editore di peso alle spalle, pochi riferimenti internazionali, qualche decina di studenti in una sola città, diffidenze accademiche diffuse: da dove provenissero gli abbonati e i lettori dei primi "Quaderni di Sociologia" rimane un mistero. Nonostante ciò, nel giro di pochi anni, grazie anche ai rapporti internazionali di Marian Taylor, gli abbonati ai "Quaderni" arrivarono a oltre 1.000, di cui più di un terzo all'estero, cifra ancora oggi invidiabile per gli editori di riviste scientifiche. Nel 1962 i "Quaderni di Sociologia" erano diventati abbastanza riconosciuti e diffusi da richiedere, e potersi permettere, un salto di qualità editoriale, sempre presso lo stesso editore: formato più grande, pagine raddoppiate, nuove rubriche, periodicità rigorosamente trimestrale. Nel nuovo Comitato Direttivo appositamente creato entrarono, oltre a Nicola Abbagnano e Franco Ferrarotti, Luciano Gallino, Angelo Pagani, Alessandro Pizzorno, lo storico della filosofia e della sociologia Pietro Rossi, l'antropologo culturale Tullio Tentori, il giurista e sociologo del diritto Renato Treves. A Gallino fu affidata la responsabilità della redazione. Nel 1968, assorbito da altri impegni, Franco Ferrarotti lasciava la direzione dei "Quaderni", e in essa subentrava Luciano Gallino.
La storia dei "Quaderni di Sociologia" nei successivi decenni è una storia di sviluppo scientifico e culturale, attestata dal crescente numero di studiosi autorevoli, italiani e stranieri, come di giovani promettenti che ad essi proponevano i loro articoli, e al tempo stesso di lotta per la sopravvivenza in campo editoriale. La prematura scomparsa nel 1978 (n.d.r., 1970) di Marian Taylor portò alla chiusura (n.d.r., nel 1978) della casa editrice che portava il suo nome. Dal 1979 al 1983 i "Quaderni" vennero pubblicati da Einaudi. Apertasi la crisi della casa dello Struzzo, la rivista passò nel 1984 alle Edizioni di Comunità, a Milano, la stessa casa dove il direttore aveva pubblicato i suoi primi libri. Nel 1990 l'editrice fondata da Adriano Olivetti fu venduta e divenne un semplice marchio di Mondadori, il quale ben presto fece capire come accanto ai suoi periodici popolari da centinaia di migliaia di copie la settimana non aveva alcun interesse a pubblicare una rivista scientifica da duemila copie l'anno. Dopo un altro anno di forzata interruzione, dal 1992 i "Quaderni di Sociologia" hanno infine trovato una degna collocazione, con soddisfazione reciproca, presso l'editore Rosenberg & Sellier di Torino. Ad onta di tali vicende, a oltre mezzo secolo dalla nascita "Quaderni di Sociologia" continuano a pubblicare rigorosamente tre numeri l'anno, il cui numero di pagine supera quello della maggior parte delle riviste affini, e la cui qualità culturale e scientifica non è seconda a nessuna. Il loro direttore deve qui precisare che tale eccezionale longevità è stata resa possibile, da almeno un ventennio a questa parte, soprattutto dalle fatiche di Paolo Ceri, capace di attirare e selezionare articoli validi da ogni dipartimento o centro di studi sociologici esistente in Italia, e dalla assidua collaborazione ormai decennale di Paola Borgna, sulla quale ricade quasi per intero il lavoro redazionale. A riprova della lunga e feconda vita dei "Quaderni di Sociologia" questo volume compendia cinquant'anni di ricerche sulla società italiana, tutte pubblicate originalmente sulle loro pagine. Il proposito di "raccogliere dati empirici" su vari aspetti della nostra società, e "di organizzarli intorno e in funzione di una definita ipotesi di lavoro o della soluzione di qualche problema posto dallo sviluppo strutturale" figurava nel piano di lavoro firmato da Franco Ferrarotti, con si apriva il primo numero della rivista. Negli anni '50 questa era una tal novità per la cultura italiana che perfino gli apprendisti sociologi del tempo avevano difficoltà a farvi fronte. Erano alla ricerca di una identità personale e professionale, e la cercavano soprattutto nel dialogo con i classici, da Max Weber a Talcott Parsons, da Ferdinand Toennies a George Gurvitch, dialogo che prendeva di volta in volta forma di commento, riassunto, glossa delle loro opere. Per questa ragione nei primi anni dei "Quaderni" le ricerche sul campo, mediante le quali si avvicinano e si studiano dal vivo persone e oggetti, situazioni e processi sociali, sono relativamente scarse. Molto numerosi, per contro, sono stati i contributi teorici e le analisi metodologiche. Tuttavia le ricerche empiriche gradualmente si andarono moltiplicando, sì che ogni numero della rivista ne ha pubblicata qualcuna, oltre a parecchi numeri monografici che di ricerche ne contengono in quantità. Le due dozzine di ricerche ripubblicate in questo volume sono il risultato di una scelta compiuta su diverse centinaia di articoli pubblicati nel corso di cinquant'anni. La necessità di dar forma a un indice organico, le cui diverse parti fossero dedicate alle principali forme di mutamento che hanno caratterizzato mezzo secolo di vita nel nostro paese, ha comportato scelte dolorose. Articoli di grande valore sono stati sacrificati a favore di un migliore equilibrio fra le differenti sezioni. Ci scusiamo con i tanti autori il cui lavoro non ha qui potuto essere incluso.
Storici e insegnanti, giornalisti e studenti potranno trovare in questo volume dei documenti che per la loro stessa natura è difficile trovare in altri tipi di testo: l'analisi metodologicamente e concettualmente attrezzata di momenti, luoghi, situazioni del vertiginoso processo di cambiamento che la società italiana ha conosciuto in mezzo secolo, compiuta direttamente da ricercatori operanti in quel momento, in quel luogo, in quella situazione. La selezioni dei testi operata nel volume invita il lettore a un'insolita ginnastica cognitiva e, forse, anche emotiva. Invita a rivivere, nel caso dei meno giovani, o a immaginare, nel caso dei più giovani, aspetti passati e recenti, dimenticati e pur in molti modi presenti delle trasformazioni che hanno investito la società italiana nell'arco di mezzo secolo. Di mezzo secolo soltanto: lo spazio di due generazioni. Già i classici della sociologia avevano ben chiara una verità spesso trascurata: di quanto in ogni processo di cambiamento sia importante distinguere la portata dal ritmo. E non v'è dubbio di quanto, almeno nei paesi occidentali, cambiamenti comparabili per natura e consistenza si siano dispiegati in archi temporali assai differenziati e perciò con velocità assai diverse. Nella maggior parte degli altri paesi occidentali quell'insieme di trasformazioni che, in modo troppo convenzionale e ingenuo, si usa chiamare modernizzazione, ha avuto modo di maturare e dispiegarsi nel tempo più di quanto sia potuto avvenire in Italia. In questa prospettiva, la drastica selezione degli articoli della rivista, pur imposta dalla rigida economia dello spazio editoriale, acquista un senso definito. L'esperienza di rivivere o immaginare il cambiamento della nostra realtà collettiva non si prospetta, leggendo queste pagine, in modo graduale e, perciò, didattico, bensì in modo brusco e perciò stesso, confidiamo, pedagogico. Brusco perché per ognuna delle sue parti il volume propone al lettore quattro o cinque articoli che, pur delineando linee di mutamento, rendono vivo in confronto tra il prima e il dopo, tra l'ieri e l'oggi: il passaggio, o meglio, il salto dalla società contadina alla società delle reti, dallo spazio immobile del villaggio a quello mobilissimo del ciberspazio, dal familismo amorale alla cittadinanza basata su una cultura civica, da una religiosità spesso magico-tradizionale alle mode e pratiche di new age, dalle classi contadine e industriali ai ceti e raggruppamenti trasversali e mutevoli del terziario e della new economy, dall'integrazione dei meridionali nelle aree metropolitane del nord alla difficile convivenza multietnica e multiculturale con gli extracomunitari, dalla contestazione antiautoritaria e anticonsumistica degli studenti alla società dei consumi e del "grande fratello", dai partiti di massa e dalla centralità parlamentare ai partiti rete e alla centralità televisiva. Nel raffronto tra "come eravamo" e "come siamo" diventati acquista risalto - cioè evidenza empirica - la natura tumultuosa, stratificata e proteiforme del cambiamento. A stagliarsi non è, infatti, soltanto, né tanto, la successione da un prima a un dopo, un netto e lucido passaggio dalla tradizione alla modernità. Accanto alla discontinuità acquistano infatti visibilità anche, e forse più, le sopravvivenze, le persistenze, le contaminazioni e gli intrecci tra elementi di formazioni sociali evolutivamente distinte e a volte distanti. Esse mostrano quanto in Italia modernità e tradizione, economia e cultura convivano in modi che inducono a ripensare i processi e le stesse teorie e concetti della modernizzazione.
Alla emersione, descrizione e spiegazione di tale complessa e tumultuosa realtà del mutamento nel nostro paese, i sociologi hanno grandemente contribuito, non di rado colmando la distanza tra le analisi degli storici e quelle degli economisti. Un contributo che, come il campione costituito da questo volume attesta, appare considerevole, nonostante sia stato fornito mentre la disciplina rinasceva e cresceva, e malgrado che essa crescesse esposta al ritmo, alle sollecitazioni e contraddizioni proprie dello sviluppo economico e delle crisi politiche. Benchè in certe fasi tale crescita sia stata anche espressione del suo successo sociale, la recezione del contributo dato alla conoscenza della società italiana è stato limitato, quando non episodico. Se, infatti, la sociologia ha lasciato segni rilevanti nella cultura diffusa, assai meno lo ha potuto o saputo, fare sulle rappresentazioni dei politici e, per loro tramite, sulle politiche adottate da governi o proposte da opposizioni di diverso colore. L'auspicio che, con i membri tutti del comitato editoriale, i curatori formulano congedando questa antologia è che essa, nel condensare simbolicamente cinquant'anni di riflessione scientifica sul nostro paese, possa far scorgere nella ricerca sociologica un'opportunità e uno strumento vitali per lo sviluppo consapevole e democratico della società italiana.

LUCIANO GALLINO e PAOLO CERI

I "Quaderni di Sociologia" escono ininterrottamente dal 1951, quando furono fondati da Nicola Abbagnano e Franco Ferrarotti. In questo mezzo secolo la società italiana si è profondamente modificata. Nel 1951 oltre il 40% della popolazione lavorava nei campi, mentre negli altri grandi paesi europei la percentuale era già molto al di sotto del 10%.
Oggi invece in Italia si registra in ambiti quali la diffusione dei telefoni cellulari e degli utenti di Internet il più alto tasso di indici di tutta la Unione Europea.
Chi voglia comprendere quanto sia mutata e in che modi sia mutata in mezzo secolo la società italiana e quali vincoli il suo recente passato ponga al suo futuro prossimo troverà in questo libro, che include ricerche che vanno dal 1952 alla fine del Novecento, uno strumento di rara efficacia. Osservati attraverso le penetranti lenti scientifiche del ricercatore sociale La società italiana ci descrive i partiti di massa super-organizzati e i movimenti spontanei che li hanno aggirati; le trasformazioni dei modi di lavorare e il ruolo mutevole del sindacato; il declino della pratica religiosa e lo sviluppo della religiosità diffusa; i movimenti migratori e il cambiamento della stratificazione sociale; l'economia sommersa e quella assistita; il mondo contadino di ieri e i linguaggi che i giovani di oggi usano nella rete.

In: "Quaderni di Sociologia", nuova serie, volume XLV, n. 26-27 (II-III/2001), pp. 560.
Fascicolo doppio straordinario, a cura di Luciano Gallino e Paolo Ceri, pubblicato in occasione del cinquantenario della rivista.